Mese: marzo 2016

“C’è tuttavia un limite oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù”.
Edmund Burke
Ipotizzare
” Signori e signore, l’importante è porre delle ipotesi. Nessuna attività è più nobile di questa, più degna dell’uomo. In primo luogo, qualsivoglia condizione, senza pausa elaborare ipotesi; in secondo luogo, confortarle di documenti, indizi, argomenti, fenomeni, epifenomeni… Ipotizzare è sano, relaxing… è un’attività euforica ed euforizzante, da week-end, come fondare religioni, concepire generali, merendare con consanguinei… Reperire la appropriata documentazione significa, né più né meno, fare l’inventario dell’ intero universo, giacchè, rettamente intendo, comete, cavalli, domestiche, dinosauri, sonetti, singhiozzi, altro non sono che documenti: testimonianze che ci svelano un rudissimo, incolto universo, bruto di barba lunga, in ignara attesa della lama del rasoio dell’intelligenza ipotizzante che dovrà mietergli le irte gote “.
Giorgio Manganelli
” Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che tutte le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull’eternità, considera, se ne sei capace, l’oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse “.
Philip Roth
Anarchia minimalista.
Oggi voglio sputare in terra. Introdurre le biciclette nei condomini. Oggi voglio sostare, svoltare, fermarmi. Voglio fumare dove è vietato. Non voglio servirmi dell’apposito contenitore. Oggi non voglio obliterare il biglietto nell’apposita macchina. Calpestare le aiuole, oggi, voglio. Oggi voglio entrare nell’ufficio a due per volta. Balneare, voglio, se è vietato. Oggi voglio sostare sotto i ponteggi. E non voglio utilizzare gli appositi guanti monouso al supermercato, settore frutta e verdura. Io oggi sono un non addetto ai lavori: e oggi, proprio oggi, io voglio accedere.
Vuoto a perdere
Devo, adesso, determinare i punti cardinali, le ascisse, le ordinate e quanta sabbia sta in quella clessidra di vetro blu.
Quanta ne devo togliere, bagnata di muffa verde speranza, e quanta ne devo mettere, pura, farinosa, profumata.
Ho deciso di prendere tempo. Mi serve.
Trasferire accidie, insidie, riottosità, voli accademici, ortodossi, circolari, convertendo in materia nobile le perfide scorie.
E quanta spazzatura elidere, assecondare, smaltire secondo linee di perfetta separazione, insomma secondo tipi. Così che il male stia col male.
E viceversa.
Se esiste, viceversa.
Io dubito che esista, viceversa.
Ed io dubito che quel sacco vuoto – mia ombra mia – contemplasse viceversa cadendo, perché viceversa lo avrebbe fatto volare, ma davvero in alto, in alto lasciando il marciapiede bianco, la camicia pulita, i suoni rarefatti.
E viceversa avrebbe fatto respirare vivo, vivo, chi pretendeva di risolvere il dubbio secondo gravità, quel nodo lo sai che stringeva, tu lo sai. Rassegnati, mica sei dimenticabile sorriso che tracimavi, inaspettatamente.
Allora se viceversa non esiste, non esisteva nemmeno mentre tu schiumavi battendo, bum forte, bum porta finestra suolo, bum quello che acceca, bum adesso ritorno, bum mi ha portato via sul più bello, bum, finisce… finisce.
Ora, il limite di ciò che tracima altrove non restituisce virtuosità.
Praticamente, ho definitivamente sparso i miei viceversa.
A me pare in direzioni coerenti, così che va bene così.
Però ho terminato la materia disponibile.
Tipo che passa uno vestito abbastanza di arancione e ritira il rifiuto organico.
Porca miseria, un tempo si smaltivano anche i vuoti. A perdere. Un tempo.
Ora non più.
Un viaggio
Dovresti fare un viaggio dentro di me.
Dovresti fare un viaggio,laggiù in fondo, esattamente dove si depositano i miei intimi desideri e questo viaggio recherebbe, con alta probabilità, una gioia reciproca: la tua, tale quale quella di chi s’addentra nel nuovo mondo, addomesticandolo; la mia, tale quale quella di chi solleva un peso, scoprendo il gesto puro, leggero, gratificante.
Per questo, solo per questo, dovresti fare un viaggio dentro di me.
Sarà che mi stanco facilmente. Di tutto.
Sarà che m’attraggono certi colori sbagliati, certe insolenze impure, certi sussulti opachi.
Sarà che avrei molto da dire a proposito della innaturale spossatezza che si impossessa di chi s’adegua allo stato di fatto delle cose.
Sarà questo ed altro, in ordine rigorosamente sparso.
Mi consentirai un auspicio, coniugato al futuro.
Avrò, pura, la necessità di un tutore che s’ingegni a svolgere questo ingrato compito: bada, gioia mia, che nulla si sciupi, si decolori, si inaridisca, s’inquini,
Cura tu, seppure da lontano, questa possibile deriva, assecondandola.
Ho sentito dire che, in un solo momento, la disperazione genera pericolose assuefazioni.
Credimi.
Dovresti davvero fare un viaggio dentro di me.
