Questa lieve apostasi
d’occhi labbra fragilità
non procuri
affanni – dilatati –
ché siamo destinati a frustrare il bene,
mortificarlo.
Abbasso lo sguardo…
due piccole mani strette al volto
strette e felici e tese
due vele in gioco
dentro al mare.
Questa lieve apostasi
d’occhi labbra fragilità
non procuri
affanni – dilatati –
ché siamo destinati a frustrare il bene,
mortificarlo.
Abbasso lo sguardo…
due piccole mani strette al volto
strette e felici e tese
due vele in gioco
dentro al mare.
“Pedalo da sempre. Lungo i rettilinei e le curve, che dall’infanzia portano ad una età considerata adulta, con una piccola bicicletta in testa che non smette di farmi girare in tondo, su questa terra tonda, come se la vocazione principale della bicicletta fosse smussare gli angoli del mondo… Il mio percorso ciclistico è una linea della vita su una macchina del tempo che viaggia a ritroso. Più pedalò più ricordo. È uno degli incantesimi della bicicletta quello di riportarmi indietro, mentre pedalo…”.
Éric Fottorino, Piccolo elogio della bicicletta.
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Esiste un prologo, in ogni accadimento.
Ho imparato che esiste un prologo nelle cose d’amore, una annunciazione, un riflesso intuito, una cosa buona.
Poi esiste un prologo nel decadimento dei sentimenti, corre su di una parallela asettica, conformistica, anestetizzante e, per finire, scema nei simboli concitati, nella asserzione, nei timbri a secco.
Infine esiste un prologo che è, al tempo stesso, annunciazione e sofferenza, allineamento con le cose della vita e pianto vero. Ha qualcosa a che fare con una certa spossatezza, che ognuno di noi riconduce alla primavera; poi scopri che sei l’unico ad avere frainteso una fioritura con una metastasi.
Dunque esiste un prologo, che prepara ad una corsa dove si allineano teorie e intenzioni, regole e scatti in avanti e si manifesta attraverso un perfettibile riferimento a concetti per iniziati: il metro, che è auspicio in potenza e misura ingenerosa in atto; il gruppo, che è una regola di azione e non un convincimento; la solitudine, che è il dono di ogni salita sofferta; il cuore, che scandisce l’ascensione, l’amicizia, che la certifica, secondo una differenza palesemente ostentata.
Esiste, anche, una grammatica, in questo antefatto: si tratta di essere ruvidi, al limite del non commestibile. Si tratta di essere inverosimili, quanto la verità addomesticata odora di mezze misure e compiacimenti. Si tratta di essere poco comprensibili, quanto è vero che pochi sanno che la misura della parola non è la cognizione ma il suono, specie quando pensi, riassetti, contempli, definisci, pedalando in un giorno di sole, abbracciando un amico o teorizzando un amore.
Quando le tue mani muovono,
amore, verso le mie,
cosa mi portano in volo?
Perché si sono fermate
sulla mia bocca, all’improvviso,
perché le riconosco
come se una volta, prima,
le avessi toccate,
come se prima di esistere
avessero già percorso
la mia fronte, la mia cintura?
La loro morbidezza giungeva
volando sul tempo,
sul mare, sul fumo,
sulla primavera,
e quando tu hai posato
le tue mani sul mio petto,
ho riconosciuto quelle ali
di colomba dorata,
ho riconosciuto quella creta
e quel colore di grano.
Per tutti gli anni della mia vita
ho vagato cercandole.
Ho salito scale,
ho attraversato scogliere,
mi hanno trascinato via treni,
le acque mi hanno riportato,
e nella pelle dell’uva
mi è sembrato di toccarti.
Il legno di colpo
mi ha portato il tuo contatto,
la mandorla mi annunciava
la tua morbidezza segreta,
finché si sono strette
le tue mani sul mio petto
e lì come due ali
hanno concluso il loro viaggio.
Pablo Neruda
“E’ un amore impossibile” – mi dici.
“E’ un amore impossibile” – ti dico.
Ma scopri che sorridi se mi guardi,
e scopro che sorrido se ti vedo.
“Di notte” – tu confessi – “io ti penso… Ti penso giorno e notte, e mi domando se stai pensando a me, mentre ti penso.
… La società, le regole, i doveri… ma tremi quando stringo le tue mani.”
“Meglio felici o meglio allineati?”
– Ti chiedo.-
E il tuo sorriso accende il giorno, cambiando veste ad ogni mio pensiero.
“Questo amore è possibile” – ti dico.
“Questo amore è possibile” – mi dici.
(Sesto Aurelio Properzio, Assisi, circa 47 a.C. – Roma, 14 a.C.)
Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.
A. Pozzi
Bisognerà ingegnarsi per sottrarsi a quell’apparente libero arbitrio che ci colloca sulla linea adolescenza- università- lavoro- famiglia-mutuo- scazzo un attimo-rientro-insonnia-deve farsi vedere-le ultime chemio funzionano-siamo qui a ricordare non solo un avvocato ma anche un caro amico.