Vuoto a perdere
Devo, adesso, determinare i punti cardinali, le ascisse, le ordinate e quanta sabbia sta in quella clessidra di vetro blu.
Quanta ne devo togliere, bagnata di muffa verde speranza, e quanta ne devo mettere, pura, farinosa, profumata.
Ho deciso di prendere tempo. Mi serve.
Trasferire accidie, insidie, riottosità, voli accademici, ortodossi, circolari, convertendo in materia nobile le perfide scorie.
E quanta spazzatura elidere, assecondare, smaltire secondo linee di perfetta separazione, insomma secondo tipi. Così che il male stia col male.
E viceversa.
Se esiste, viceversa.
Io dubito che esista, viceversa.
Ed io dubito che quel sacco vuoto – mia ombra mia – contemplasse viceversa cadendo, perché viceversa lo avrebbe fatto volare, ma davvero in alto, in alto lasciando il marciapiede bianco, la camicia pulita, i suoni rarefatti.
E viceversa avrebbe fatto respirare vivo, vivo, chi pretendeva di risolvere il dubbio secondo gravità, quel nodo lo sai che stringeva, tu lo sai. Rassegnati, mica sei dimenticabile sorriso che tracimavi, inaspettatamente.
Allora se viceversa non esiste, non esisteva nemmeno mentre tu schiumavi battendo, bum forte, bum porta finestra suolo, bum quello che acceca, bum adesso ritorno, bum mi ha portato via sul più bello, bum, finisce… finisce.
Ora, il limite di ciò che tracima altrove non restituisce virtuosità.
Praticamente, ho definitivamente sparso i miei viceversa.
A me pare in direzioni coerenti, così che va bene così.
Però ho terminato la materia disponibile.
Tipo che passa uno vestito abbastanza di arancione e ritira il rifiuto organico.
Porca miseria, un tempo si smaltivano anche i vuoti. A perdere. Un tempo.
Ora non più.
Un viaggio
Dovresti fare un viaggio dentro di me.
Dovresti fare un viaggio,laggiù in fondo, esattamente dove si depositano i miei intimi desideri e questo viaggio recherebbe, con alta probabilità, una gioia reciproca: la tua, tale quale quella di chi s’addentra nel nuovo mondo, addomesticandolo; la mia, tale quale quella di chi solleva un peso, scoprendo il gesto puro, leggero, gratificante.
Per questo, solo per questo, dovresti fare un viaggio dentro di me.
Sarà che mi stanco facilmente. Di tutto.
Sarà che m’attraggono certi colori sbagliati, certe insolenze impure, certi sussulti opachi.
Sarà che avrei molto da dire a proposito della innaturale spossatezza che si impossessa di chi s’adegua allo stato di fatto delle cose.
Sarà questo ed altro, in ordine rigorosamente sparso.
Mi consentirai un auspicio, coniugato al futuro.
Avrò, pura, la necessità di un tutore che s’ingegni a svolgere questo ingrato compito: bada, gioia mia, che nulla si sciupi, si decolori, si inaridisca, s’inquini,
Cura tu, seppure da lontano, questa possibile deriva, assecondandola.
Ho sentito dire che, in un solo momento, la disperazione genera pericolose assuefazioni.
Credimi.
Dovresti davvero fare un viaggio dentro di me.
Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.
Camillo Sbarbaro
“Ed ecco anche il massimo effetto che possono ormai sortire i miei conati di terza persona. Quasi la terza persona non fosse un’attitudine profonda dell’animo, ma una mera questione grammaticale”.
Tommaso Landolfi
Post Scriptum
Guarda che c’è un treno che parte che parte comunque prendilo è l’ultimo treno che parte poi li ritroverai tutti fermi ricoverati nelle stazioni odor di piombo e saranno immobili dubito che saranno treni forse forme forse archeologia industriale guarda che c’è un treno che se ne va e se non se ne va pensa di farlo e tanto basterebbe a regolare il respiro c’è un treno che sembra lungo come un poema come un sedano come un cavo di alimentazione come un soldato disertore guarda che dico che scappa e scappa davvero trovati un riparo dalla pioggia che cade sempre quando il treno parte prima trovati un ricovero una pensilina un caffè caldo ora che sei confusa nella gente che rincorre treni smetti di coniugare al futuro che non ha senso se non hai l’orario dei treni in mano di quale futuro parli è solo improvvisazione via via smettiamo davvero dimmi che fai tu adesso che fai tu io scrivo senza mettere punteggiatura mi accorgo che ha un senso liberatorio non voglio che il mio pensiero sia sezionato secondo logica o grammatica lo prenderai così perfettamente indiviso e poi te lo dividerai come ti pare e farà abbastanza freddo mica ti abbandono solo preferisco lasciarti in fila ad una biglietteria della stazione se ancora non sai che treno prendere e preferisco rimanere solo perché devo scappare via sai a me piacciono tanto gli alberi dei viali pieni di luci che disegnano i profili e mi piacciono le porte ornate e mi piace questo gioco delle parti mi piace insomma farmi attore ma solo a Natale perché solo a Natale io ho pensieri ortodossi di colore verde rosso bianco e giuro che non è patriottismo di ritorno via basta così che ti confondo le idee però non è venuta male tutta senza punteggiatura ciò non toglie che qui si fanno le pulizie di Pasqua e parrebbe una boutade se non fosse che è vero soprattutto quando mi muovo secondo una linea insomma tradizionale tracciata sicura devo dire non è alta velocità Frecciarossa deve essere qualcosa che ha a che vedere con un regionale sobrio le fermate locali tipo che c’è un treno altrove che si ferma per l’esattezza ad ogni stazione dell’anima saluta poi se ne va lentamente e non torna non torna mi spiace di cuore mi spiace non ho anticorpi da donare me li sono bevuti tutti nemmeno una musica ci associo non mi pare acconcio o non ho voglia oppure non ho ispirazione insomma magari ci metti la tua canzone d’amore preferita oppure Radiomerda è uguale questa volta questa volta non torna più stavolta con un certo orgoglio dico che ho scritto il mio primo e ultimo P.S..

N.Y

“Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo. Tocca leggermente , leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci - questo essere corpi scelti – per l’incastro dei compagni d’amore”.
Mariangela Gualtieri
